L’advertising non è la panacea di tutti i problemi: intervista a Daniele Tassini

Puntata #34 del Podcast L’ecommerce gentile

Se hai un ecommerce e pensi che basta attivare Google Ads per far girare le vendite, questa puntata è esattamente quella che ti serve ascoltare.

Ho ospitato Daniele Tassini, Ecommerce Advertising Specialist focalizzato su Google Ads e Microsoft Advertising, per una conversazione franca su cosa funziona davvero nell’advertising per ecommerce e cosa, invece, molti si ostinano a ignorare.

Chi è Daniele Tassini

Daniele ha 37 anni e da oltre 10 si occupa di advertising per ecommerce. Il suo approccio non parte dalle campagne: parte dal fatturato, dallo stock di magazzino, dalla sostenibilità economica dell’azienda.

Daniele Tassini Pic profile

Solo dopo si chiede se e come l’advertising può essere un acceleratore.

Un punto di vista raro, in un settore dove tutti promettono moltiplicazioni di budget e zero problemi.

Advertising sostenibile: cosa significa davvero

Daniele parla di un obiettivo realistico: circa il +30% di efficienza per un ecommerce che ha già costruito le sue fondamenta.

Non per tutti, non subito, ma raggiungibile se l’azienda ha fatto i passi giusti.

Cosa vuol dire “fondamenta”? Che esiste una domanda consapevole per il prodotto, che il catalogo è strutturato, che il sito non ha bug che bloccano il checkout.

L’advertising, in questo quadro, è un acceleratore, non un salvatore.

I dati non bastano: serve l’interpretazione umana

Uno dei passaggi più interessanti della nostra conversazione riguarda la misurabilità. Google stesso ha ridefinito il funnel come un percorso non lineare, un modo elegante per dire che misurare con precisione è sempre più difficile.

Daniele lavora per integrare dati da fonti diverse, come Google Ads, CRM, sistemi di vendita, in un unico contenitore di proprietà del cliente.

Non dipendere da software terzi significa non perdere tutto il giorno in cui smetti di pagare l’abbonamento.

Ma i numeri, da soli, non raccontano la storia. Dietro ogni dato c’è una persona che ragiona, si confronta, cambia idea. E questa parte non si automatizza.

Le pagine di categoria: il punto più trascurato di ogni ecommerce

Qui Daniele e io ci siamo trovati completamente d’accordo, e non capita sempre tra advertiser e UX designer.

Le pagine di categoria sono sistematicamente le più bistrattate di qualsiasi ecommerce. Nessuna gerarchia chiara, filtri di navigazione approssimativi, URL che non comunicano nulla.

Il risultato? Campagne che costano di più perché Google non riesce a capire cosa stai vendendo.

La breadcrumb corretta, i filtri ben strutturati, le URL parlanti: non sono dettagli estetici. Sono le fondamenta su cui si reggono le campagne pubblicitarie. Costruire un ecommerce partendo dal tetto non funziona nell’edilizia e non funziona neanche nel digitale.

Tracciamento, GA4 e cookie banner

Un caso concreto raccontato da Daniele: GA4 mostrava un valore di vendita superiore rispetto a quello registrato da Google Ads. Numeri che non tornavano.

Causa probabile: il cookie banner configurato male, che bloccava parte del tracciamento.

Il tracciamento corretto non è un dettaglio tecnico da delegare, è la base su cui vengono prese decisioni di budget. Se i dati sono sporchi, tutto il resto lo è.

UX e advertising: un ecosistema, non due mondi separati

Forse è il punto più importante dell’intera conversazione: l’advertising non funziona in isolamento.

Puoi avere le campagne perfette, ma se la pagina di destinazione è lenta, il copy è incoerente rispetto all’annuncio, i colori cambiano tra l’ad e il sito, o il checkout si blocca su mobile, stai buttando soldi.
UX, copy e advertising sono ingranaggi dello stesso meccanismo. Si muovono insieme o non si muovono affatto.

I tre tipi di ecommerce (e perché quelli medi sono i più complessi)

Daniele fa una distinzione utile:

  1. I grandi player: vedono l’ecommerce come una voce a bilancio tra le tante. Struttura e team ci sono.
  2. I piccolissimi: spesso influenzati da promesse irrealistiche, con aspettative altissime e budget bassi.
  3. I medi: quelli con un imprenditore a capo, poche figure chiave, nessun processo definito. I più complessi da seguire e quelli che più facilmente attribuiscono all’advertiser la responsabilità di tutto.

Suona familiare?

Cosa mi porto a casa da questa conversazione

Che il digitale è ancora, nel 2026, un ecosistema dove le competenze devono parlarsi. Che cambiare consulente ogni sei mesi costa più di assumerne uno serio. Che le fondamenta, che siano tecniche, strategiche o di dati, vengono prima delle campagne.

E che l’advertising, da solo, non salva nessun ecommerce.

Ascolta la puntata

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Questa è la prima parte: avremo un’altra intervista con Daniele, dove affrontiamo il tema che nessuno vuole toccare: quanto costa davvero fare advertising su un ecommerce? Per sapere quando esce la puntata, segui il podcast nella tua piattaforma preferita.

Se vuoi approfondire come UX e strategia possono supportare il lavoro del tuo advertiser, scrivimi. Ci facciamo una chiacchierata.

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